Lulù Oliveira, il leader delle ore difficili

Lulù Oliveira, il leader delle ore difficili

Lulù Oliveira è nato il 24 marzo 1969 a São Luis. Dopo 4 stagioni all’Anderlecht, sbarca al Cagliari nel 1992. Poi la Fiorentina, il Bologna, il Como e, nel 2002, l’arrivo a Catania. Ha vestito 74 volte la maglia rossazzurra tra il 2002 e il 2004, segnando 27 reti in B ed una in Coppa Italia. Furono anni tutt’altro che trionfali, ma tifoseria ancora oggi lo invoca e rimpiange nei momenti più ardui.

Lo abbiamo intervistato durante la 18a puntata di “Quelli del ’46” del 31 marzo 2015. Una lunga chiacchierata nella quale Lulù ha rivelato dettagli inediti, e tutt’altro che scontati, sulla sua permanenza a Catania.


L’intervista a Lulù è dal minuto 36:25

 

Martedì 31 marzo 2015, ufficialmente primavera, ma in realtà pieno inverno. Introdotto dalla famosa canzone di Antonio Monforte (“…quanti anni hai, stasera? Quanti gol fai, Oliveira!?”), all’altro capo del telefono c’è Lulù con la sua inconfondibile voce. Da anni ha stabilito in Sardegna la sua residenza:

“Scusate! Ho la febbre… ma contraccambio il saluto di Antonio Monforte! Tutti amici miei siete! Mi mancavate…”.

Sei brasiliano ma hai vestito i colori della nazionale belga, perché?

“Sono nato a São Luis de Maranhao, in Brasile. Mio padre faceva il calciatore e io ho seguito le sue orme. Ma mia mamma, cattolicissima donna di chiesa, non voleva che io seguissi quella strada. Tanto che tentò di impedirmi di andare in Belgio quando un procuratore cileno mi portò all’Anderlecht. Trasferitomi lì, preferii la nazionalità belga. Il Brasile all’epoca era pieno di campioni. Non avrei avuto troppe possibilità di giocare con la seleçao. Col Belgio ero titolare. Ma fu doloroso per me rinunciare alla maglia verde-oro. Un giornalista scrisse che io avevo rifiutato la maglia brasiliana…; mio padre se la prese tantissimo e per tre mesi non ci parlammo. Fu una cattiveria giornalistica molto dolorosa. Ringrazio tanto il Belgio per quello che mi ha dato”.

L’ex capitano rossazzurro è un fiume in piena e ci svela altri retroscena del suo arrivo in terra catanese:

“Non avrei mai pensato di giocare a Catania. Nel 2002 avevamo vinto il campionato di B con il Como. Lì mi amavano e io non volevo muovermi. Ma la società lariana non mi voleva confermare: il direttore sportivo mi disse che a causa di un problema al tallone non servivo più. Il Chievo mi aveva richiesto, rifiutai. Poi piombarono Nicola Salerno e Angelo Palmas e mi portarono a Catania. Me ne andai piangendo. I tifosi del Como, quando seppero la storia, strapparono gli abbonamenti per rabbia contro la società. Il calcio è un brutto mondo”.

“Quando arrivai a Catania – continua il “falco” – mi accolsero migliaia di tifosi. Incredibile! Michele Zeoli mi cedette la fascia di capitano. Io volevo ricambiare l’affetto dei tifosi. Andai male la prima partita [Catania-Genoa 3-2], ma a Messina il falco cominciò a volare [con una tripletta in rimonta per il 3-3 finale]”.

Non potevamo non chiedergli del brutto fatto di cronaca che lo coinvolse negli spogliatoi dopo Catania-Ternana 3-1, quando per una mancata esultanza venne minacciato e aggredito ignobilmente:

“Avevo fatto una doppietta e avevamo vinto una gara importante. Dopo il nostro pari non esultai perché ero concentrato e voglioso di fare subito il 2-1. Invece sul 2-1 scatenai la gioia. Ma non potevo immaginare esistesse rivalità tra le due curve dello stadio. Avevo già fatto le valige. Ero deluso dall’aggressione. I compagni erano tutti con me e non mi avrebbero lasciato partire ad ogni costo; rimasi perché la mia rinuncia li avrebbe indeboliti. Il campionato era duro. Chiarimmo tutto con l’ambiente: la gente mi voleva bene”.

“Quella prima stagione di B – si fa un po’ cupo l’ex nazionale dei “diavoli rossi” – fu molto difficile. Tanti cambi di tecnico. Toshack sapeva chi ero e il primo giorno di allenamento non mi fece fare la partitella…”tu resta fuori! So già come giochi!”, mi disse. Era un signore. Non voleva andar via: ma aveva preso la decisione e se ne andò. Lui non voleva che i calciatori fumassero. Ma fu lui che ci offrì le sigarette quella volta alla Baia Verde… così ebbe la scusa per lasciarci”.

Gli abbiamo anche chiesto di fare chiarezza sulle ultime 6 gare di campionato saltate l’anno dopo, nella B ’03/04:

“Io con i Gaucci non ho mai avuto problemi. Ma mi misero fuori rosa nelle ultime 6 gare perché c’era già l’accordo con Lo Monaco per la vendita della società. Non mi volevano per la stagione successiva. Lo so per certo. Lo Monaco, tra l’altro, mi chiamò per parlarmi di contratto; mi offrì una miseria. Io dissi che avrei accettato anche la metà dell’anno prima più eventuali bonus al raggiungimento dei 10 gol. Ma loro avevano già preso Marco Ferrante che guadagnava più di me, fate voi!”.

 

 

 

Piero Armenio

Cutelliano di "lungo corso" (7 anni), poi universitario a lettere moderne. Ha fatto radio quotidianamente dal 2005 al 2010 e poi a spicchi negli anni seguenti. Film calcistici del cuore: "L'arbitro" (2013) con Stefano Accorsi e "Il presidente del Borgorosso F.C.".